Il beneficio del dubbio ovvero la verità sulla scuola a distanza

Cuore non vede, occhio non duole ovvero occhio che duole, cuore che vede. Insomma come in fatto di corna e tradimenti, così per la scuola è meglio mantenere il velo di Maya della inconsapevolezza, ovvero la divisione dei ruoli, grazie a cui ognuno Divide et Impera negli spazi che gli appartengono.

Con la scuola a distanza, a distanza dagli insegnanti perché io ce l’ho in stanza invece, la parete divisoria tra scuola e casa si è dissolta, i ruoli si sono mescolati con innescarsi di crisi di identità ad effetto domino: adesso è la maestra che chiude la lezione on line e se ne torna alla sua pace, mentre per te iniziano le responsabilità di far entrare nella testa del l’alunno, sangue del tuo sangue, che i compiti si fanno anche se a scuola non ci va, che la punta delle matite non si autogenera per magia, toccherà a te regolare i suoi ritmi intestinali a Storia, in un continuum dove tutti hanno bisogno di te ma tu hai bisogno dei bidelli.. ops scusate personale ausiliario.

Io a scuola ci sono già stata e non ci voglio tornare! Voglio i bidelli che mi placcano all’entrata tipo giocatori di rugby e mi trattano come una potenziale ladra di bambini.

Voglio salutare gli infanti e andare al lavoro in ufficio, con la musica a palla nel tragitto.

Adesso con la scuola in stanza sappiamo tutti e non va bene.

Il re è nudo.

Io passo il tempo delle videolezioni dei miei figli con le cuffie per non essere costretta a tapparmi le orecchie e fare lalalala e per evitare battute in live e finire in presidenza. Non mi è mai successo alle superiori.. mi succederà a casa mia?

Voglio non sapere, la divisione degli ambiti, come tra Stato e Chiesa, voglio ignorare o semplicemente supporre ma non avere la certezza.

Scelgo di illudermi, scelgo il prosciutto sugli occhi e nelle orecchie. Scelgo la pillola rossa di Alice nel Paese delle Meraviglie, quella che ti faceva credere di non essere un cesto di lumache per le corna visibili anche col satellite.

Se a settembre non vi riprendete il paccchetti completo di insegnanti e classe di ungulati primitivi, la scuola a distanza i miei figli la faranno dalla roulotte, dove andremo a vivere dopo aver comprato un milione di euro di cartucce per stampante.

Io non mi voglio occupare delle mille mila schede da stampare e inviti con password indecifrabili che piovono come le rane in Magnolia.

Io rido per non piangere ed ho cambiato le mie preferenze riguardo compagni di scuola dei miei ungulati analfabeti che chiamo figli: Priscilda, come non amarla? Ogni volta che c’è una verifica lei non ha connessione o i suoi lavorano e lei non ha devices per connettersi o deve portare fuori il cane che sennò il karma si scombina. Anzi, finito tutto devo ricordarmi di fare aperitivo con i genitori di Priscilda: bravi, state facendo un buon lavoro! I miei si fanno venire un attacco di cuore solo se arrivano un minuto in ritardo alla lezione nel magico mondo di Mork e Mindy, Priscilda se ne fotte e si connette quando le va e quando non c’è pericolo di mettersi alla prova.

La scuola in stanza da separati implica che rido tantissimo quando è il weekend che non tocca a me far fare loro i compiti e il venerdì di Prove del Cuoco, ovvero di verifiche per vedere se la scuola ad cazzum funziona.

E rido in barba al rigido Trattato di Famiglia: quello che succede a Las Vegas resta a Las Vegas. In sintesi: cazzi e buoi dei paesi tuoi.

Quando avrò capito tutti gli anfratti del registro elettronico, sarò in grado di fare la Social Media Manager di Belen. Ed è proprio sul registro che noto un fatto ambiguo: compiti di esperanto consegnati. Ecco i miei ungulati analfabeti disfunzionali non hanno mai fatto esperanto 😒 O almeno credo. E quindi chiedo a loro. E loro, gli infanti del Regno di Hunger Games: Mamma, ma ci firmasti l’autorizzazione all’esperanto in ottobre mentre dormivi sul divano guardando Grey’s Anatomy. Ecco, io voglio tornare lì, a dormire sul divano mentre loro sono stanchi delle loro otto ore di scuola a distanza da me, a norma della organizzazione punkabbestia della nostra famiglia allagata. Voglio i Servizi Sociali alla porta e che si occupino loro di questa scuola in stanza.

E questo la dice lunga sulla nostra organizzazione punkabbestia e sull’inefficienza dei servizi sociali che non hanno ancora bussato alla nostra porta. A me lasciatemi con i bidelli che adesso applaudiró quando fanno sciopero al venerdì o l’otto gennaio.

Lotta dura alla rottura!

In questo dibattito sulla scuola a distanza, io sto con loro, i dipendenti Ata, perché sono sicura che loro sanno quello che sto passando tra pulizie straordinarie, richieste bizzarre e malanni improvvisi di chi a scuola ci insegna e di chi a scuola impara.

In conclusione, impariamo tutti a non rompere per la Festa della Mamma e io almeno, lo apprezzerò tantissimo. Molto più del solito lavoretto ad minchiam che finisce nel cassonetto appena girate gli occhi.

Grazie.

Nessun ungulato e nessun insegnante è stato maltrattato nel corso di questo episodio.


Autore: Stefy

Piacere, sono Stefy. Nata nel 1976, il 3 Maggio, Toro, per cui amo la terra, le certezze e la verità, sempre e comunque. Vivo in Friuli Venezia Giulia con due figli, un supereroe di 8 anni e una 14enne metà donnina e metà unicorno, un nuovo compagno, Lui, ed un adorabile certosino, Romeo. Ho un lavoro a tempo pieno per una nota azienda di confectionery. Per il momento mi godo una lieta parentesi di non-lavoro da casa.

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