Lettera alla mamma che non ho mai avuto e a quella che ho

Cara mamma reale,

tu non sei la madre che avrei voluto e che meritavo (adesso lo dico 😃) ed io non sono stata la figlia che avevi vagheggiato: tu sei un collettore di infelicità e io sono scappata via dal tuo cerchio malsano appena ho potuto. Spesso ho fantasticato su come sarebbe stato avere una mamma come quella delle mie amiche o come quella di #unamammaperamica. Hai anche tentato di immedesimarti in questa parte a tratti, ma era solo una  recita innaturale per te.

Fino a un certo punto della vita, affamata come ero, ho mangiato tutte le tue bugie, ma ormai ho smesso di mangiare al tuo tavolo di specchi riflessi.

E adesso per tutte le volte che non mi hai sorretto quando stavo per cadere; per tutte quelle in cui non ti sei presa cura di me, pur avendomi messa al mondo; ricordandomi tutte queste volte mancate, io mi riprometto di essere per i miei figli e chi mi sta accanto una tazza piena di stelle.

Io non te ne voglio, non ti ho mai odiato e non comincerò ora che la consapevolezza è piena. Da te ho imparato come non voglio essere. 

Grazie a tutto questo dolore, sono forte, che più forte è difficile immaginare, tutto e tutti mi appassionano, soprattutto quello e chi hai provato con tutto quanto fosse in tuo potere a rimuovere, a distorcere ed a dipingere come brutto e riprovevole.

A questo punto, mi arrendo a questo conflitto mascherato di false intenzioni. Non ho dimenticato, ma faccio finta di averlo fatto. Ti lascio alla tua non vita e mi godo la mia 😊.

 

Una mostra per caso

Chi ha detto che per vedere una mostra originale occorra andare lontano o spendere tanti soldi?

Ieri mattina, nel tempo che io e la piccola ci prendiamo per girovagare il mercoledì mattina, mi sono imbattuta in una mostra su L’Evoluzione del Costume tra il 1500 ed il 1900 con modelli spesso mutuati dalle più importanti collezioni private europee.

La mostra è stata allestita a cura di una signora, che immagino piccola e sorridente e che volontariamente eviterò di andare a stalkerare sui social per conservarne un’immagine di fantasia, la Sig.ra Lidia Facchin, una volta sarta teatrale ed ora in pensione ed insegnante per l’Università della Terza Età sede di Palmanova.

Io amo e rispetto profondamente questi abiti strutturati e che necessitano anche di una struttura sottostante per essere al meglio perché evidenziano un concetto a mio avviso spesso trascurato: il sotto determina il sopra; il sottostante, il visibile.

Volete dare un’occhiata con me?

Panoramica degli Abiti

Il fatto sorprendente è che tanta inaspettata meraviglia è ospitata in un centro commerciale: il Tiare Shopping di Villesse, ad esattamente 11 km da casa mia.

Che piacevole sorpresa !!

Abiti preziosi, bellissimi e frutto di tempo e voglia di migliorare dei loro fautori, frequentatori dei corsi organizzati dalla Sig.ra Lidia Facchin presso il polo universitario per la Terza Età di Palmanova.

Bramiamo cose eccezionali e spesso abbiamo la bellezza sotto il naso ed a portata di mano .

Nel tourbillon dei modelli proposti, ho ammirato in particolar modo un modello antesignano dell’abito sottoveste nero e rosa, arricchito da perle.

Tutte le strade portano a Chanel

Ma anche gli altri modelli hanno incantato sia me che la mia piccola n. 3, beatamente addormentata nel suo ovetto.

Questo il giro fatto da noi.

Tornano i pantaloni a vita alta👖

I pantaloni a vita alta sono un capo simpaticamente retrò, con una linea ibrida tra il maschile ed il femminile che strizza l’occhio agli anni ’50.

Nessuno sostiene che siano facili da portare: mettono, infatti, in iper evidenza sia i fianchi che il lato B.

Da considerare che sarebbe assurdo acquistare dei pantaloni a vita alta per poi nasconderli con maglie oversize, meglio valorizzarli con crop top, camicie o maglie da tenere infilati dentro i pantaloni, meglio se abbinati con cinture che valorizzino ancora di più il punto vita e tacchi alti per esaltare la silhouette.

Lettera alla Società di Calcio di mio figlio

Vado a prendere il secondogenito agli allenamenti di calcio in genere tre volte a settimana, due se sono dal padre nel suo giorno infrasettimanale. Vado solitamente dopo aver ritirato la primogenita all’ uscita della sua attività sportiva con un quarto d’ora di scarto tra le due. 

Il padre del secondogenito per ben un’ora e mezzo assiste all’allenamento dagli spalti aperti al pubblico, come un Super Io che analizza alla moviola quanto succede durante il training per poi riprendere e dare consigli non richiesti al bambino. E tutto ciò senza che nessuno della Società avanzi rilievi di nessun tipo.

Per contro, io, la mamma, ovvero il Genitore n. 1 o n. 2 che dir si voglia, che pago con i miei soldi metà della retta annuale, metà del costo del suo kit di allenamento, che preparo con lui la borsa, ne lavo il contenuto, oltre ad iscriverlo e portarlo a fare la visita medica, io vengo caldamente ignorata, quando non freddamente calcolata per un saluto dovuto.

Fin da subito quest’anno ho captato questo cambiamento: di non essere calcolata in quanto mamma, in quanto Donna o in quanto metà di una coppia separata, di cui questi gentiluomini predilogono la metà con il pisello. Al momento, lo status quo è che la Società Sportiva che si occupa dell’ambito extra scolastico del secondogenito interagisce solo con il padre 😳, comunicando solo a lui, a voce o personalmente,convocazioni ed appuntamenti per le partite.

Mi viene da supporre che, secondo l’arcana struttura mentale di questi individui il calcio sia solo ed esclusivamente prerogativa del genitore maschio ( che per loro c’è sempre ovvio)? E, di conseguenza, io dovrei occuparmi solo ed esclusivamente dell’attività sportiva della figlia femmina in base alla proprietà transitiva?

Scrivo questa lettera aperta come sfogo di fronte ad atteggiamenti tanto disgustosi quanto più provenienti da chi dovrebbe trasmettere valori di correttezza ed inclusione.

Io aspetto pazientemente il secondogenito fuori dai cancelli societari con tutte le condizioni meteo ed il pancione almeno venti minuti per portare lui e la sorella a casa e mai NESSUNO si è avvicinato per comunicarmi alcunché riguardo gli impegni sportivi di MIO figlio. Eppure la solerzia c’è per rimproverare aspramente una mamma o una nonna che osa varcare la soglia dei suddetti cancelli per vedere se il suo pargolo esce: ” Le mamme fuori dai cancelli!! ” . Il rimprovero arriva immediato e senza chiedere se magari c’è un’urgenza dietro la fretta della donna e non un’invadenza ingiustificata.

Il messaggio che sottende è le mamme fuori ed i papà dentro? Sugli spalti a seguire un momento di training che dovrebbe riguardare solo ed esclusivamente il piccolo calciatore e l’allenatore. Non è forse più questa una invadenza delle competenze altrui?

La verità è che, nonostante le storielle che ci raccontiamo e sebbene i miei soldi siano accettati dalla Società alla pari di quelli del padre, queste persone vivono secondo un modello di famiglia risalente agli anni Cinquanta.

A questi signori, di fronte a cui sono dotata del potere dell’invisibilità e che sono convinti di essere campioni di correttezza, vorrei dire che di sport e di famiglia hanno capito ben poco.

Adesso scusate ma devo fare il bonifico con cui verserò la metà della retta annuale e ricordarlo al padre… perché lui se ne dimentica sempre 😂.

Caso umano 0: Edward Mani di Forbice.

Ieri sera mi sono ritrovata a sfogliare per caso l’ultimo libro di #selvaggialucarelli: Casi Umani, che tratta in modo ironico di una carrellata di dieci improbabili uomini con cui l’autrice ha avuto presumibilmente a che fare nel corso della sua vita sentimentale e mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che ci siamo passate tutte e che la catarsi aiuta sempre ( ndR: chi ignora il significato di catarsi lo vada a cercare, please).

Nel mio caso specifico, ho basi fondate per ritenere che il primo caso umano sono io 😎. 

Però a scorrere la galleria della Lucarelli ho pensato che c’è sempre un inizio, un principio da cui comincia a dipanarsi, come un gomitolo, la sequela di casi umani, ossia di uomini o donne cui normalmente non avremmo dato neanche una chance ma che, in quelle circostanze di autostima zero, ci buttiamo a frequentare nella speranza di esserci sbagliat*.

Per me è stato quello che chiameremo #edwardmanidiforbice, causa una attraente mescolanza di somiglianza fisica con Johnny Deep e analogia tra le forbici e come mi ha tagliuzzato il cuore e l’autostima.

A chi chiede: eravate fidanzati o trombamici? Mi trovo costretta a rispondere “legati”. Sì perché la nebbia di confusione in cui mi avrebbe mollata è cominciata fin dalla definizione del rapporto.

Eppure se devo descrivere l’amore parlo di #lui ma se mai mi chiedessero di qualcosa che va oltre l’amore parlerei di #edward, perché resta il #groundzero, anche se ho smesso di amarlo una vita fa.

Perderlo faceva parte del gioco e quello che è successo è difficile da riprodurre in un modo efficace dal punto di vista narrativo. A quel tempo subivo il fascino di chi era bello e dannato, di quelli che non mi facevano capire se giocavano o ci tenevano a me. Mi piaceva Edward per il gusto della sfida: la fine è stata rude e brusca e mi colse del tutto impreparata ma così fu e da quella volta ho impiegato anni a riprendermi. Solo di recente e dopo la sequela di casi umani, quando ho incontrato Lui ho capito che quando si ama la partita è già vinta a tavolino,

che l’amore non si pretende da chi non vuole dartelo e non si regala a chi non vuole averlo. 

Lui le vede le mie farfalle nello stomaco e mi fa ridere. Mi legge dentro spesso, non sempre ed è trasparente come una bottiglia di vetro con me.

Cucina per me, molto di più che con me, è gentile, sa fare l’amore e quando se ne va, Lui torna.

Edward per mia fortuna non tornerà mai più.

 

Quando una figlia ti delude

Ieri mi sono svegliata ed alzata pensando fosse semplicemente il 1′ Ottobre ed invece era la Fine di

un’ Era. I cambiamenti accadono mascherati da giorni qualunque.

Ci stavamo preparando per uscire e compiere il consueto “giro Scuole”, quando la 14enne metà girl e metà unicorno annuncia:

lascio la danza. 😵. Fine di un’epoca. Stop.

E la sua metà Unicorno dove era mentre prendeva questa decisione?

Sul momento ho accusato il colpo e mi sono sentita ferita e delusa da quella sconosciuta che mi fissava riflessa nello specchio mentre mi piastravo i capelli come se non ci fosse un domani.

L’ho accompagnata a danza per più di undici anni, era una cosa tutta nostra: parlare delle vecchie e nuove compagne, delle maestre, del tutù, di anno in anno sempre più ampio e luminoso. In seconda battuta, ho fatto appello a tutta la mia riserva di autocontrollo e sono stata zitta.

Mi ha deluso, è innegabile, e si è salvata. 

L’atmosfera a casa nostra ieri era quella post catastrofe naturale o post mortem di un parente prossimo. Abbiamo tentato dello spirito ma eravamo tutti un pochino tristi, perché  qualcosa è finito. Un mondo fatto di abitudini e cose conosciute.

Eppure, se rifletto su come evolviamo gli errori e le delusioni sono condizione necessaria del percorso.

Forse la danza era un desiderio più mio che suo e #lei deve differenziarsi da me per inventarsi il suo sogno.

Sto lavorando su di me per vedere la mia girl per come è, con pregi, carenze e scivoloni, e non per quello che io vorrei fosse. Perché alla fine quello che resta è saper stare nel mondo con le proprie fragilità.

Questa cosa la devo ancora digerire ma giovedì andrà alla sua prima lezione di pattinaggio con l’amica del momento.

Ha avuto il coraggio di scegliere e decidere da sola ed al confronto tutto il resto è meno importante.